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Sport e management: lo sport di squadra forma il manager

La vittoria ai campionati europei di calcio ha messo in risalto come alcuni valori di squadra, di solidarietà, sacrificio e amicizia, riescano a trasformare gli handicap in stimoli per la vittoria: la vittoria di un gruppo e non solo di chi è in campo.
Da vecchio atleta di corse campestri e mezzofondo e da calciatore delle categorie dilettanti, ho sempre attribuito con convinzione a queste origini i buoni risultati professionali.
Se poi la passione e la pratica sono integrati da valori forti, come quelli assorbiti all’interno di un gruppo, nel mio caso nel Gruppo Sportivo in cui sono cresciuto sportivamente ma non solo, il risultato è forte, inossidabile, indistruttibile.

Sono così convinto di queste affermazioni che non ho avuto remore a inserire nel mio approccio professionale varianti legate alla formazione sportiva.

Sport e management: assessment

Nelle decine di assessment fatte nella multinazionale in cui ho lavorato per 30 anni, e anche successivamente in aziende meno grandi, ho inserito una personale variante finale allo schema predisposto dai professionisti della selezione. Nel colloquio finale con il candidato, dopo le domande standard, la divertente ma robusta mitragliata di domande finali era: “Ha Hobby?”, “Quale Sport pratica?”, “Quale disciplina specifica?”, “Che ruolo?” nel caso di sport di squadra.

Nulla di scientificamente elaborato, ma ho metabolizzato e sperimentato sul campo che, in generale, sport management hanno un legame. Le skill di chi fa solo sport individuale differiscono da chi fa sport di squadra. Un velocista in atletica, uno slalomista nello sci, un tennista, un canoista, hanno predisposizioni al lavoro o al ruolo diverse rispetto a un fondista o a un maratoneta. Ha sempre prevalso in me la convinzione che in questo ambito, chi pratica uno sport di squadra abbia maggiore predisposizione al lavoro in team, rispetto a chi pratica sport individuale, maggiormente orientato verso ruoli da professional. Chi praticava sport di squadra veniva classificato in modo diverso a seconda che fosse un centravanti rispetto a un centrocampista, un playmaker rispetto a un pivot, un alzatore rispetto a uno schiacciatore. Ne avevo fatto una regola di selezione; i primi (il centravanti, il play, l’alzatore), potevano essere ottimi professional, i secondi sicuramente meglio predisposti alla gestione, al lavoro in team, al sacrificio, alla disponibilità.

In trent’anni di selezione il “trucco” ha prevalentemente funzionato e pagato.

Sport e management: il campo di calcio

Quello dell’assessment non è stato l’unico spunto rubato allo sport nella pratica manageriale.
In tutte le aziende, in tutti gli stabilimenti, il campo di calcio, al sabato, ha rappresentato un momento di aggregazione molto importante. La passione per il calcio fino ad età avanzata e la possibilità della pratica e la certezza del peso di tale valore aggregante, mi hanno portato in tutte le aziende a ritrovarmi al sabato con i colleghi dipendenti, sul prato verde dove ruoli, gerarchie, riverenze, sparivano e l’azienda diventava piatta di fatto.

L’esperienza in un grande stabilimento del Sud merita una particolare segnalazione. Convinto che il recupero di quell’ azienda passasse non solo attraverso leve tecniche classiche e nuovi strumenti di coinvolgimento ma anche attraverso la scoperta di altre spinte di aggregazione e senso di appartenenza, riuscii a far approvare un investimento per la costruzione del piccolo impianto sportivo interno. Fu bloccato dall’ente che avrebbe dovuto maggiormente sponsorizzarlo: il personale. Insieme ai dipendenti allora sacrificammo molti sabati, prima a liberare l’area dal pietrame, poi a livellare il terreno, poi a seminarlo. Trasformammo i vecchi container abbandonati dalle imprese di costruzione dello stabilimento per fare gli spogliatoi. Il nuovo centro sportivo autoprodotto a zero costi venne inaugurato da Zeman. Furono anni di grande aggregazione, di crescita dell’azienda, di entusiasmo: raddoppiammo la produzione, assumendo centinaia di dipendenti, e vincemmo anche per due anni consecutivi il torneo nazionale di calcio del gruppo. Credo che i grandi risultati ottenuti nella crescita dello stabilimento dall’accostamento di sport e management abbiano tratto da quei passaggi aggreganti sicuramente una grande componente di energia vincente.

“Mai nel cuore degli uomini ci siano sentieri di resa”

È scritto sulla pietra all’ingresso del campo scuola di atletica della mia città. Un pensiero di un caro amico, grande centravanti, grande fondista, filosofo, scrittore, grande leader.
Io a segnare, dietro Nicola Baranello a sfacchinare…” così scriveva nei suoi articoli. Sfacchinare: sono legato a questo verbo che è stato DNA sportivo portato nella gestione delle aziende. Sfacchinare significa non solo faticare tanto, ma faticare tanto per gli altri, dare tanto senza aspettarsi o pretendere nulla, sicuro che il risultato finale arriverà anche per te.
Oggi, da presidente di quel Gruppo Sportivo della mia gioventù, posso testimoniare che sport e management sono strettamente correlati, così come i risultati.

Nato più di 60 anni fa dall’idea di un giovane studente di filosofia, un religioso a cui erano affidati i ragazzi orfani di guerra della Seconda Guerra Mondiale. Ragazzi poverissimi, isolati in una tenebrosa struttura, la “casa orfani di guerra”. L’idea fu di far uscire questi ragazzi da quelle tristi mura per aggregarli con il resto della città, con i ragazzi delle periferie. Quel giovane buttò un pallone su un piazzale retrostante la “casa” e andò per i quartieri a cercare gli altri ragazzi.
Dettò al Gruppo sportivo regole e slogan. La regola numero cinque, l’ultima, recitava:

“L’atleta tende soprattutto a mantenere l’unione del suo gruppo e a ristabilirla qualora venisse infranta. La sconfitta, lungi dall’avvilirlo, gli è di sprone per una migliore prestazione”.

Questi principi sono stati riferimenti di tutta la mia vita professionale e non solo.

Ho scelto Gianluca Vialli come simbolo del gruppo che ha vinto i recenti campionati europei di calcio. Grandissimo campione, anche più di Mancini, Vialli, nominato capo delegazione, ha praticato realmente la gestione a piramide rovesciata. Si è inventato, personalizzandolo, quel ruolo; il ruolo di scopa, come si dice in gergo di organizzazione sportiva, il ruolo di quello che esce per ultimo dall’albergo, che sale per ultimo sul pullman per raccogliere eventuali ritardatari, che salta addosso al compagno capo con un sorriso gigantesco di gratificazione. Lui bisognoso degli altri per la sua malattia, che dà al gruppo una disumana generosità. Un grande sportivo che ha dato lezioni vincenti di valori manageriali.   

Nicola Baranello
Senior Manager
Contract Manager s.r.l.