
Quando il figlio non vuole l’azienda del genitore, esistono cinque strade concrete per dare continuità: vendere ai manager (MBO), coinvolgere un fondo di Private Equity, inserire un Amministratore Delegato esterno mantenendo la proprietà, cedere a terzi, oppure utilizzare un Temporary Manager come ponte per valutare le alternative con calma.
1. Management Buy-Out: l’azienda ai collaboratori
Il Management Buy-Out (MBO) prevede la cessione dell’azienda ai manager o dipendenti chiave che già la conoscono e la gestiscono.
Chi acquista conosce già clienti, fornitori, processi. Non c’è curva di apprendimento, non c’è rischio di perdere know-how. I dipendenti vedono una continuità rassicurante.
Il limite principale è finanziario: raramente i manager dispongono del capitale necessario. Per questo l’MBO si realizza spesso con il supporto di fondi di Private Equity o attraverso formule di pagamento dilazionato (vendor loan).
Un MBO richiede tre condizioni: un business solido con potenziale di sviluppo, un management team competente e motivato, e un partner finanziario disposto a credere nell’operazione.
2. Private Equity: un socio finanziario per accelerare
L’ingresso di un fondo di Private Equity permette all’imprenditore di monetizzare parte del proprio investimento, mantenendo eventualmente una quota e un ruolo operativo o di indirizzo.
Nel 2024, le PMI italiane hanno realizzato 280 operazioni di M&A per un valore complessivo di 14,3 miliardi di euro. Il Private Equity non guarda più solo alle grandi aziende: il mid-market italiano è diventato un target privilegiato.
Questa strada funziona quando l’azienda ha margini solidi, potenziale di crescita e un management capace di portare avanti il piano industriale. Il fondo porta capitale, competenze e una rete di relazioni. In cambio, chiede governance strutturata, reportistica puntuale e un orizzonte di uscita definito (tipicamente 4-7 anni).
Spesso il PE sceglie l’inserimento solido di un Temporary Manager con il compito di assicurare l’obiettivo in un tempo determinato.
3. Manager esterno come Amministratore Delegato
Chi vuole mantenere la proprietà dell’azienda ma non ha successori familiari in grado di gestirla può optare per l’inserimento di un Amministratore Delegato esterno.
I dati dell’Osservatorio AUB mostrano che il 59% delle aziende familiari ha almeno un consigliere non familiare, con una crescita più marcata nelle aziende di maggiori dimensioni.
Il vantaggio è chiaro: si mantiene il controllo proprietario, si preserva il patrimonio, ma si affida la gestione operativa a chi ha le competenze per farla crescere. La famiglia passa da un ruolo operativo a un ruolo di indirizzo strategico.
Il rischio è la scelta sbagliata. Un AD esterno che non condivide i valori dell’azienda, che non riesce a farsi accettare dall’organizzazione, può fare danni significativi. La selezione richiede tempo e metodo.
4. Cessione a terzi: vendere a chi può valorizzare
La vendita dell’azienda a un competitor, a un operatore di settore o a un acquirente strategico è l’opzione più netta. Si monetizza il valore costruito in anni di lavoro, si esce completamente dalla gestione.
È una scelta legittima, spesso la più razionale. Un’azienda nelle mani giuste può crescere, creare occupazione, valorizzare il marchio più di quanto potrebbe fare un erede riluttante o inadatto.
Le operazioni di M&A in Italia sono in crescita: +13% nel numero di transazioni nel 2024 rispetto all’anno precedente. Il mercato c’è. Quello che serve è prepararsi adeguatamente: conti in ordine, governance strutturata, dipendenza ridotta dalla figura dell’imprenditore.
Un’azienda che funziona solo grazie al fondatore vale meno di un’azienda che funziona indipendentemente da lui.
5. Temporary Manager: il ponte per decidere
Non sempre la decisione è chiara. A volte serve tempo per valutare le opzioni, preparare l’azienda, testare soluzioni.
Un Temporary Manager può entrare con un ruolo operativo per gestire questa fase di transizione. Assume responsabilità dirette, garantisce continuità gestionale, permette all’imprenditore di fare un passo indietro senza che l’azienda ne risenta.
Nel frattempo, si valutano le alternative. Si preparano i numeri per un’eventuale cessione. Si testano potenziali manager permanenti. Si struttura l’organizzazione per renderla meno dipendente dalla proprietà.
Il Temporary Manager non è una soluzione definitiva. È uno strumento per guadagnare tempo e lucidità in una fase in cui le decisioni affrettate possono costare care.
Perché sempre più imprenditori si trovano in questa situazione
Il 92% delle PMI italiane è a controllo familiare. Ogni anno, circa 35.000 di queste aziende avviano un processo di successione. Ma solo il 30% sopravvive al primo passaggio generazionale, e appena il 13% arriva alla terza generazione.
I figli hanno percorsi diversi, competenze diverse, aspirazioni diverse. Alcuni hanno costruito carriere in altri settori. Altri semplicemente non hanno l’indole imprenditoriale, e forzarli sarebbe un errore per tutti.
La statistica più preoccupante riguarda la pianificazione: solo il 18% delle aziende familiari italiane ha definito un processo strutturato di transizione. Il restante 82% affronta il problema quando si presenta, spesso in condizioni di emergenza.
Le alternative esistono. Quello che manca, in molti casi, è il tempo per valutarle con lucidità.
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Contract Manager supporta imprenditori e aziende familiari nelle fasi di transizione da oltre 35 anni, con interventi di Temporary Management mirati a garantire continuità operativa mentre si definisce il futuro dell’impresa.
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