CSRD temporary manager nella compliance

La Corporate Sustainability Reporting Directive rappresenta un cambio di paradigma nella rendicontazione aziendale. Non è più comunicare iniziative di responsabilità sociale per fini reputazionali. Si tratta di rendicontare dati verificabili, secondo standard europei uniformi, con certificazione da parte di revisori esterni. Per molte aziende italiane, questa transizione richiede competenze che oggi non esistono internamente.

Il quadro normativo aggiornato

La CSRD, recepita in Italia con il D.Lgs. 125/2024, ha subìto modifiche significative nel 2025. La Direttiva UE 2025/794, nota come “Stop the clock”, è entrata in vigore il 17 aprile 2025 e l’Italia l’ha recepita con la Legge n. 118 dell’8 agosto 2025. Il risultato è uno slittamento di due anni delle scadenze originarie per le aziende non ancora obbligate.
Il calendario aggiornato prevede tre ondate. Le grandi imprese di interesse pubblico con oltre 500 dipendenti, già soggette alla precedente NFRD, hanno l’obbligo dal 2024 con prima pubblicazione nel 2025. Le grandi imprese non quotate che superano due dei tre criteri dimensionali (250 dipendenti, 50 milioni di fatturato, 25 milioni di attivo) dovranno rendicontare dal 2027 con prima pubblicazione nel 2028. Le PMI quotate avranno l’obbligo dal 2028 con prima pubblicazione nel 2029.
A livello europeo la CSRD coinvolge oltre 50.000 imprese, contro le 11.000 della precedente NFRD. In Italia si stima che circa 6.000 aziende siano già obbligate dal 2025.

Cosa cambia rispetto al passato

La CSRD introduce il concetto di doppia materialità. Le imprese devono rendicontare non solo come le loro attività impattano sull’ambiente e sulla società, ma anche come i fattori ESG possono influenzare le performance economiche dell’azienda. Questo approccio trasforma la sostenibilità da esercizio di comunicazione a componente della gestione del rischio d’impresa.
Gli European Sustainability Reporting Standards impongono requisiti informativi dettagliati su tre pilastri: ambientale (emissioni, consumi energetici, uso delle risorse, biodiversità), sociale (condizioni di lavoro, diversità, diritti umani nella catena di fornitura), governance (etica aziendale, anticorruzione, controllo interno). I dati devono essere verificabili, comparabili e certificati da revisori legali con almeno cinque crediti formativi annuali in materia ESG.

L’effetto catena del valore

La CSRD obbliga le aziende soggette a raccogliere dati lungo l’intera catena del valore. Questo significa che anche le PMI subfornitrici, pur non essendo formalmente obbligate, iniziano a ricevere richieste dai clienti più grandi. Dati su emissioni di CO₂, gestione rifiuti, sicurezza sul lavoro, policy etiche diventano prerequisiti per mantenere rapporti commerciali consolidati.
L’argomento “non siamo obbligati quindi non ci riguarda” non regge più. Se un’azienda lavora con clienti soggetti alla CSRD, quei clienti chiederanno dati ESG per completare la propria rendicontazione. Chi non sarà in grado di fornirli rischia di perdere contratti.
Le banche stanno già integrando i parametri ESG nelle valutazioni del merito creditizio. Un’azienda con un profilo ESG solido viene considerata meno rischiosa e ottiene condizioni di finanziamento più favorevoli. Questo vale anche per le PMI non obbligate: chi investe oggi nella raccolta e gestione dei dati ESG costruisce un vantaggio competitivo.

Le sfide per le aziende italiane

Un rapporto di Wyser evidenzia che la transizione sostenibile viaggia a due velocità nel tessuto imprenditoriale italiano. L’89% delle grandi aziende (oltre 50 dipendenti) ha già avviato attività per essere più sostenibile, contro il 68% delle piccole e medie imprese.
Il divario si riflette anche nell’organizzazione interna. Il 58% delle grandi aziende ha costituito un team ESG dedicato con gestione centralizzata delle tematiche di sostenibilità. Nelle PMI questa percentuale scende al 25%, con due casi su tre che prediligono un modello di responsabilità diffusa.
Le ragioni del gap sono principalmente economico-finanziarie. Il 61% delle aziende indica i costi della transizione come principale difficoltà. Il 41% segnala la scarsità di risorse finanziarie per farvi fronte. A questi si aggiungono problemi di competenze: raccogliere e gestire dati ESG richiede conoscenze specifiche che raramente esistono in azienda.

Competenze mancanti

La compliance CSRD richiede capacità che attraversano più funzioni aziendali. Serve competenza nella definizione dell’analisi di materialità, nella mappatura degli stakeholder, nella costruzione di un sistema di raccolta dati che coinvolga tutta l’organizzazione. Serve capacità di dialogare con i revisori esterni. Serve conoscenza degli standard ESRS e delle loro evoluzioni normative.
Molte aziende italiane si trovano impreparate. Il CFO tradizionale gestisce la rendicontazione finanziaria ma non ha familiarità con gli indicatori ESG. Il responsabile qualità conosce le certificazioni ambientali ma non la doppia materialità. L’HR gestisce i dati sul personale ma non li organizza secondo gli standard ESRS. Nessuno in azienda ha una visione d’insieme.
Assumere una figura dedicata a tempo indeterminato può non essere la soluzione ottimale. Nelle fasi iniziali il carico di lavoro è elevato: costruire il sistema di raccolta dati, definire i processi, formare il personale, preparare la prima rendicontazione. Successivamente il lavoro si riduce alla manutenzione e all’aggiornamento periodico.

Il ruolo del Temporary Manager nella compliance ESG

Un Temporary Manager specializzato in sostenibilità può guidare l’azienda attraverso le fasi più complesse dell’adeguamento normativo. Porta competenze specifiche che l’organizzazione non possiede, costruisce sistemi e processi, forma il personale interno che successivamente gestirà il sistema a regime.
Il percorso tipico si articola in diverse fasi. L’assessment iniziale fotografa la situazione attuale: quali dati l’azienda già raccoglie, dove sono i gap, quali sistemi informativi servono, quale impegno richiederà la compliance. L’analisi di materialità identifica i temi rilevanti per l’azienda e per i suoi stakeholder, secondo il principio della doppia materialità.
La fase di implementazione costruisce il sistema di raccolta dati, definisce le responsabilità, integra i processi ESG nella governance aziendale. Il Temporary Manager coordina le diverse funzioni coinvolte: amministrazione, produzione, acquisti, HR, qualità. Garantisce che i dati siano coerenti, tracciabili, verificabili.
La prima rendicontazione è il momento più delicato. Servono competenze specifiche per redigere un documento conforme agli standard ESRS, interfacciarsi con i revisori, rispondere alle loro richieste di chiarimento. Un Temporary Manager con esperienza pregressa in rendicontazioni ESG riduce significativamente il rischio di non conformità.

Il valore del trasferimento di competenze

L’intervento di un manager ad interim non si esaurisce nella produzione del primo bilancio di sostenibilità. L’obiettivo è costruire capacità interna duratura. Durante l’incarico, il Temporary Manager forma le risorse che gestiranno il sistema ESG negli anni successivi. Documenta processi e procedure. Lascia all’azienda un patrimonio di conoscenze che prima non esisteva.
Questo approccio è particolarmente adatto alle PMI. Non hanno le dimensioni per giustificare una figura ESG a tempo pieno, ma hanno bisogno di competenze specifiche nella fase di avvio. Un incarico di temporary management della durata di 12-18 mesi consente di costruire il sistema, validarlo con la prima rendicontazione e trasferire la gestione ordinaria al personale interno.

Prepararsi al 2028

Il rinvio normativo non deve diventare un alibi per rimandare. Le grandi imprese non quotate che dovranno rendicontare dal 2027 devono iniziare la raccolta dati oggi. Il bilancio di sostenibilità richiede serie storiche per mostrare progressi e tendenze. Chi parte tardi si presenterà con un solo anno di dati, limitando la significatività dell’informativa.
Per le PMI non obbligate, il consiglio è altrettanto chiaro: non aspettare l’obbligo formale. I clienti grandi stanno già chiedendo dati ESG. Le banche li integrano nelle valutazioni creditizie. Chi si prepara in anticipo trasforma un adempimento in vantaggio competitivo.
Gli standard volontari VSME, sviluppati da EFRAG per le PMI non quotate, offrono un percorso graduale di avvicinamento alla rendicontazione ESG. Sono meno onerosi degli ESRS completi ma permettono di costruire le basi per un eventuale obbligo futuro.
La sostenibilità, con la CSRD, diventa responsabilità del management. Il Consiglio di amministrazione deve essere in grado di leggere i rischi ESG e includerli nella strategia aziendale. È un cambio di governance che in molte aziende italiane non è ancora avvenuto. Ma che non può più essere rimandato.

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