HR interim

Le ristrutturazioni del personale sono tra le operazioni aziendali più delicate. Non parliamo di ridurre i costi o ridisegnare l’organigramma. Si tratta di intervenire sul tessuto sociale dell’organizzazione, sulle relazioni che tengono insieme le persone, sulla cultura che definisce come l’azienda funziona davvero. Gestire male questa fase significa perdere talenti chiave, demotivare chi resta, distruggere in pochi mesi ciò che ha richiesto anni.

Perché le ristrutturazioni falliscono

Le ricerche sul tema sono concordi: la resistenza al cambiamento è il principale ostacolo al successo di una riorganizzazione. Quando le persone non sono sicure dell’impatto dei cambiamenti sul proprio ruolo, si disimpegnano o si oppongono attivamente. I dipendenti che si sentono insoddisfatti o insicuri riguardo alla nuova direzione dell’azienda cercano alternative. I migliori, quelli che hanno più opzioni sul mercato, sono i primi ad andarsene.
I cambiamenti organizzativi impattano sulla cultura aziendale, soprattutto quando si fondono team o si introduce un nuovo management. Questo disallineamento tra le esperienze quotidiane dei dipendenti e gli obiettivi aziendali genera frustrazione. Secondo dati di settore, le difficoltà nell’integrazione culturale causano il 30% dei fallimenti nel raggiungere i target finanziari delle operazioni di M&A e ristrutturazione.
Il tasso di turnover complessivo in Italia ha raggiunto il 37,7% nella media, con punte del 53,1% nelle imprese di servizi. In contesti di ristrutturazione, questi numeri si amplificano. Le persone osservano i colleghi che se ne vanno, il morale cala, la produttività diminuisce. Si innesca una spirale negativa che può compromettere l’intera operazione.

Il paradosso dell’HR in crisi

Il ruolo delle risorse umane vive un paradosso evidenziato dagli esperti del settore. Da un lato, il perimetro di responsabilità si allarga: wellbeing, performance, cultura, diversity, formazione, leadership, sviluppo organizzativo, trasformazione digitale. Dall’altro, i team si riducono, i budget si assottigliano, il carico operativo aumenta.
In molte aziende italiane l’HR rimane ancorato a un modello amministrativo ereditato da un’altra epoca, pensato per un mondo stabile e prevedibile. Gestisce payroll, contratti, adempimenti normativi. Non ha le competenze né il tempo per guidare trasformazioni organizzative complesse. Quando arriva una ristrutturazione, si trova impreparato.
Il risultato è che l’HR viene percepito non come alleato ma come controparte da gestire. Una funzione che ascolta poco, comunica attraverso procedure più che relazioni, vive in una torre d’avorio procedurale. Proprio quando servirebbe una presenza forte sul campo, sensibile alle dinamiche interne, capace di leggere i segnali deboli prima che diventino problemi strutturali.

Cosa serve per gestire una ristrutturazione

Una riorganizzazione efficace richiede competenze specifiche che raramente esistono internamente. Serve la capacità di comunicare il cambiamento in modo che le persone lo comprendano e lo accettino. Serve esperienza nel gestire transizioni, nel supportare i manager di linea che devono implementare le decisioni, nel mantenere operativa l’azienda mentre tutto cambia intorno.
La comunicazione è il primo fattore critico. Non la survey annuale, non il comunicato ufficiale. La presenza quotidiana nei luoghi dell’organizzazione, la capacità di ascoltare cosa frustra le persone, di cogliere i segnali deboli. Quando la comunicazione manca o è inefficace, i dipendenti riempiono il vuoto con speculazioni e timori. Il 61% di chi considera di lasciare il lavoro cita la scarsa comunicazione interna tra le cause.
Il coinvolgimento è il secondo elemento. Le persone che partecipano alle decisioni che le riguardano le accettano più facilmente. Non significa che tutti debbano decidere tutto, ma che chi è impattato debba comprendere il perché e il come del cambiamento. Questo riduce la resistenza e aumenta il senso di appartenenza.

La sfida della cultura

Ogni ristrutturazione modifica la cultura, che lo si voglia o meno. Cambiare la struttura significa cambiare le relazioni, i flussi di comunicazione, le dinamiche di potere. Il problema è quando questi cambiamenti non sono intenzionali ma subiti, quando la nuova cultura emerge per caso invece di essere costruita con consapevolezza.
Mantenere l’attenzione sui valori aziendali durante il processo di ristrutturazione è vitale. I comportamenti dei leader parlano più forte di qualsiasi dichiarazione scritta. Se il management predica collaborazione ma premia la competizione interna, le persone capiscono qual è il messaggio reale. Se si chiede fiducia ma si nascondono informazioni, la fiducia crolla.
La cultura non si preserva proteggendola dal cambiamento. Si preserva guidando il cambiamento in modo coerente con i valori che si vogliono mantenere. Questo richiede chiarezza su quali elementi della cultura esistente hanno valore e quali invece sono parte del problema che la ristrutturazione deve risolvere.

Il ruolo dell’HR Temporary Manager

Un Temporary Manager specializzato in HR porta le competenze necessarie per guidare una ristrutturazione senza distruggere il tessuto sociale dell’organizzazione. Ha già vissuto situazioni analoghe, sa quali errori evitare, conosce le dinamiche tipiche delle transizioni. Il suo distacco emotivo dalla storia aziendale gli permette di vedere ciò che chi è dentro non riesce a scorgere.
L’HR interim agisce su più livelli. A livello strategico, collabora con la direzione per definire la nuova struttura organizzativa, identificare i ruoli chiave da preservare, pianificare le fasi della transizione. A livello operativo, supporta i manager di linea nella gestione quotidiana del cambiamento, nella comunicazione con i team, nelle conversazioni difficili che inevitabilmente si presentano.
Il Temporary Manager HR può intervenire anche in modalità fractional, cioè part-time. In Italia il 41% degli interim manager lavora con contratti part-time, dato nettamente superiore alla media europea del 22%. Questo modello si adatta particolarmente alle PMI che non hanno le dimensioni per giustificare un HR director a tempo pieno ma necessitano di competenze specialistiche nella fase di transizione.

Costruire processi che restano

Un caso concreto illustra l’approccio. Un’azienda in crescita aveva bisogno di strutturare la funzione HR, fino ad allora limitata all’amministrazione del personale. È stato inserito un temporary manager in area HR per quasi due anni. Il posizionamento era in affiancamento al Direttore Generale, con focus su selezione, valutazione e sviluppo delle risorse manageriali.
L’intervento è partito da incontri individuali con tutti i dipendenti per comprendere motivazioni, rilevare la soddisfazione, i carichi di lavoro. Da questa survey è emersa la richiesta di smart working, inizialmente osteggiata da parte del management. Il temporary manager ha facilitato l’introduzione della flessibilità, vincendo le resistenze interne.
Sono stati strutturati processi che prima non esistevano: l’onboarding dei neoassunti con un piano formativo di inserimento, l’offboarding con exit interview per i casi di uscita volontaria. Processi che l’azienda ora gestisce autonomamente, con personale interno formato durante l’incarico.

Quando serve un HR interim

L’inserimento di un Temporary Manager HR si rende necessario in diverse situazioni. Il turnover elevato tra figure chiave e talenti segnala un clima deteriorato che richiede intervento. La difficoltà nel reclutare risorse qualificate nonostante condizioni di mercato favorevoli indica problemi di attrattività che vanno affrontati. I conflitti ricorrenti tra reparti o la formazione di silos organizzativi rivelano questioni di comunicazione e collaborazione che superano le capacità dell’HR tradizionale.
Nelle operazioni di M&A e post-merger integration, l’HR interim è prezioso. Deve gestire l’integrazione di culture aziendali diverse, l’armonizzazione di politiche retributive e benefit, la riorganizzazione di team che fino a ieri erano concorrenti. Competenze che difficilmente si trovano in chi non ha mai gestito operazioni simili.
Nelle ristrutturazioni per crisi, il Temporary Manager HR lavora a fianco del Temporary Ceo con responsabilità operative più ampie, gestendo l’aspetto umano del cambiamento mentre altri si occupano della ristrutturazione finanziaria o industriale. La sua presenza permette di mantenere l’attenzione sulle persone anche quando la pressione sui numeri è forte.

Il valore della prospettiva esterna

Spesso i referenti HR interni all’azienda si occupano principalmente di aspetti amministrativi. Il temporary manager porta una prospettiva sulle persone, l’ottica dello sviluppo del capitale umano in connessione agli obiettivi aziendali. Vede l’organizzazione con occhi nuovi, non condizionato dalle dinamiche interne che chi vive l’azienda quotidianamente rischia di dare per scontate.
La durata media di un incarico di temporary management in Italia è di 14,4 mesi, superiore alla media europea di 11,4 mesi. Alcuni incarichi si estendono oltre i due anni, soprattutto utilizzando la formula part-time. Questo tempo permette non solo di gestire la transizione ma di costruire le capacità interne necessarie per sostenere il cambiamento nel lungo periodo.
Il 60% degli interim manager in Italia opera in aziende con meno di 100 dipendenti, contro il 31% della media europea. Le PMI italiane hanno scoperto che il temporary management, anche in modalità fractional, risponde alle loro esigenze meglio di soluzioni più tradizionali. Non serve assumere un direttore HR a tempo indeterminato quando il bisogno è specifico e temporaneo. Serve la competenza giusta al momento giusto.

Contatta Contract Manager

Siamo a disposizione per trovare insieme la soluzione più adeguata alla tua azienda.

Potrebbe interessarti

Scopri come 35+ anni di esperienza e 2500 casi gestiti fanno la differenza.