1600 chilometri in motocicletta verso un lavoro che non c’era

MOMENTI BREAKTHROUGH

Con questa nuova rubrica desideriamo raccontare delle storie di vita vissuta, traendo spunto da importanti cambiamenti avvenuti nel corso della nostra esistenza. Vogliamo proporre alcuni momenti di svolta, che hanno portato a vivere esperienze in grado di generare mutamenti radicali in noi stessi.

Tutti abbiamo intrapreso nuove strade, che hanno comportato dei rischi, che hanno portato a prospettive più ampie e che sono state significative nello sviluppo sia della nostra persona, che del nostro lavoro e del nostro business.

Questi momenti li abbiamo chiamati “Momenti breakthrough”, prendendo ispirazione dagli straordinari cambiamenti tecnologici degli ultimi anni.

Esempio lampante di un prodotto breakthrough arriva dal colosso svizzero Swatch, che, negli anni ’80, ha rivoluzionato il mondo degli orologi, mettendo in difficoltà non solo i produttori delle controparti digitali, ma anche i concorrenti analogici di media fascia.

Un altro esempio eclatante è l’ingresso di Apple nel mercato della telefonia mobile con iPhone, il quale ha messo in crisi marchi affermati e aziende di considerevole dimensione, come Nokia.

Questi “Momenti breakthrough” possono essere di stimolo per i giovani e per chiunque abbia intenzione d’intraprendere un’attività manageriale o imprenditoriale.

Tali esempi sono tratti dai componenti del team di Contract Manager.

1600 CHILOMETRI IN MOTOCICLETTA VERSO UN LAVORO CHE NON C’ERA: L’ORIGINE DI UN CAMBIAMENTO BREAKTHROUGH

Nel lontano 1974, all’età di vent’anni, decisi di andare in Gran Bretagna per imparare la lingua. Frequentavo la Bocconi e rimasi colpito da una frase detta dal professore di Inglese:
“E voi sareste i manager del futuro? Non sapete l’inglese, siete degli ignoranti!”.

Così, decisi di non fare le vacanze al mare con i miei amici.
Mi organizzai per andare a lavorare in Gran Bretagna: scrissi a diverse organizzazioni anglosassoni tramite il Consolato e, in particolare, ad una denominata PGL, specializzata in vacanze/studio/sport destinata ai giovani inglesi, tutt’ora esistente.
Mi risposero che non avevo alcuna qualifica e che, dunque, per me non c’era alcuna possibilità di lavoro. Eppure, io volevo andare in quel posto meraviglioso, dove gli ospiti potevano praticare sport outdoor, come: trekking, riding, orienteering, sailing, kayaking e climbing.
Dissi a mio padre che mi avevano accolto e partii con la mia moto alla volta di Llangorse, un piccolo villaggio del Galles del sud.

Arrivai dopo due giorni di viaggio e mi presentai verso le 11:30 all’ufficio di PGL Outdoor, vestito da motociclista e con in mano il foglio che mi avevano mandato, dove però vi era scritto che non c’erano possibilità di lavoro per me. Con il mio inglese stentato, dissi:
“Hello, I am Angelo Vergani, I came from Italy, Milan, on my motorcycle. I am here to work in your camp”.
Mi risposero:
“Do you have the letter we wrote you?”.
“Yes, I do. It is not a letter of acceptance, but I came anyway…”
Loro, con tono perentorio, mi risposero:
“Wait outside and we will let you know!”
Rimasi seduto sui gradini esterni per quindici minuti vicino alla mia moto con la speranza di sentirmi dare una risposta positiva.
Furono quindici minuti di ansia.
Mi chiamarono, entrai trepidante e mi dissero:
“Ok, we have two possible jobs for you! One, you clean the toilets or two, you work in the kitchen and clean the dishes”.
Pensai:
“No, pulire i cessi proprio no!”, quindi dissi: “Ok for the kitchen!”

E fu così che iniziai a lavorare nella cucina del Camp PGL a Llangorse, nel Galles.
Per tre mesi pelai quintali di patate, preparai chili di insalate e lavai i piatti di tutti gli ospiti. Dopo un mese circa, mi promossero: passai di categoria e iniziai a servire i pasti caldi al banco del self-service.

Imparai sia l’inglese, che a governare il kayak, che divenne la mia più grande passione sportiva.
Rientrato in Italia, mi presentai al primo appello dell’esame di inglese e stupii il professore della Bocconi, che mi diede un buon voto e mi fece i complimenti.

Angelo Vergani