IMPRENDITORI… SI NASCE!

La Tua Banca, Marco Liera, aprile 2004

Per affrontare l´importante tema della successione d´impresa la Bcc di Carugate ha organizzato, il 19 febbraio 2004, una serata di dibattito sul tema del passaggio generazionale. La manifestazione si è svolta secondo una formula molto originale: una sorta di talk show i cui protagonisti erano Angelo Vergani, autore del Volume “Imprenditore Nato. Come dare continuità all´azienda di famiglia” edito da “Il Sole 24 Ore” e Amministratore Unico di Contract Manager s.r.l., e Marco Liera, giornalista e direttore di “Plus” settimanale economico de “Il Sole 24 Ore”. Liera ha intervistato Vergani di fronte ad una platea di oltre 100 imprenditori dell´Est di Milano. Di seguito riportiamo alcuni passi dell´intervista.

Marco Liera intervista Angelo Vergani

Innanzitutto perché dici che imprenditori si nasce?
Perché ormai è chiaro che il genio dell´imprenditorialità è qualcosa che si ha dentro. Qualcosa di innato. Naturalmente non lo si può riscontrare scientificamente, ma è un assunto dimostrato dall´esterienza.

Quali sono i segnali che dimostrano che i figli sono imprenditori nati?
Gli indicatori sono facili e si vedono sin da piccoli. Il primo tra tutti è quello di vederli “trafficare” con qualcosa: l voglia di inventare si vede subito. Questo aspetto da solo però non basta, va combinato con la voglia di fare affari, anche piccoli, ma significativi per l´approccio verso ciò che è commerciale.

Qual è l´importanza della famiglia in questo senso? E´ più facile che in una famiglia di imprenditori nasca un imprenditore?
Tutt´altro. Oggi essere lavoratori dipendenti è un vantaggio, poiché i dipendenti sono “arrabbiati” mentre i rampolli degli imprenditori sono “coccolati”. Questo fa sì che il dipendente cerchi con zelo la soluzione ai suoi problemi e spesso capita che, anche uomini e donne di mezza età, scoprano il gene dell´imprenditore che è dentro di loro. I rampolli invece rischiano spesso di perdersi per strada perché non sono stimolati verso le responsabilità d´impresa. In questo senso la famiglia ha un ruolo molto importante.

Un consiglio a chi non nasce imprenditore?
Sicuramente è molto più duro che negli anni Novanta. D´altronde negli anni Novanta era più difficile che negli anni Ottanta. Lo scenario diventa più complesso e quindi le cose si fanno più difficili da un decennio all´altro però c´è un vantaggio rispetto al passato: ci sono più mezzi tecnologici e più risorse per fare impresa meglio di prima.

Nel libro esprimi un netto “no” all´ingresso automatico dei figli nell´impresa dei padri. Cosa devono fare allora?
Devono farsi le ossa! Vi siete mai chiesti perché gli imprenditori se devono selezionale un manager lo cercano esperto, qualificato e con pluriennale esperienza e poi inseriscono i giovani rampolli direttamente a livelli dirigenziali? E´ un errore. Spesso i padri sono troppo indulgenti verso i figli. Se vogliamo fare il bene per i nostri figli dobbiamo mandarli a fare esperienza “sotto padrone” perché solo lavorando si faranno le ossa. Meglio ancora se all´estero, dove potranno apprendere le lingue ed impareranno ad arrangiarsi in situazioni di disagio.

Il caso Parmalat, che ha generato danno a tutti, cosa insegna? E´ mancata l´etica imprenditoriale o cos´altro?
Spesso il “figlio prediletto” dell´imprenditore è proprio la sua azienda e la smania di grandezza porta deliri di onnipotenza. Non voglio ergermi a giudice dell´operatori di Tanzi, dico solo che quando la megalomania prende il sopravvento allora si commettono errori. Tanzi voleva mostrarsi più grande di quello che era, e non solo come imprenditore. Forse voleva raggiungere il livello di mecenatismo del grande Pietro Barilla ed è rimasto schiacciato d questa competizione. E poi bisogna dire che se i problemi diventano grandi bisogna avere il coraggio di assumere grandi manager per risolverli, altrimenti si rischia il tracollo. La vicenda Parmalat è una tragedia di tutta l´imprenditoria italiana e deve far riflettere.

Ma se l´imprenditore-padre non cede il potere di gestione dell´impresa?
Gli imprenditori non si possono ritenere eterni, anche loro invecchiano. Eppure in molti casi gli imprenditori non vogliono lasciare il timone alle nuove generazioni, finendo per creare danno all´impresa stessa. Nel mio libro per indicare questa tipologia di persone ho coniato il termine “obsolenti”, un misto di obsoleti e lenti, perché è questo che diventano gli imprenditori che rimangono anacronisticamente aggrappati al loro ruolo di padri padroni. Le aziende ne soffrono e i figli finiscono per scappare altrove. Alberto Falk ddiceva: “ogni azienda è figlia del suo tempo e quando i tempi cambiano devono cambiare anche gli imprenditori.

Marco Liera