DI PADRE IN FIGLIO

Corriere della Sera, Felice Fava, 7 Febbraio 2003

Nel nostro Paese, secondo l´Associazione italiana delle imprese familiari (AIDAF), l´83% delle piccole e medie aziende e´ controllato da una famiglia, mentre nella classifica delle prime cento societa´ per fatturato 42 sono tramandate di padre in figlio. La maggior parte dell´imprenditoria italiana e´ quindi formata da figlio d´imprenditori, fenomeno che fa del passaggio generazionale un problema serio, dalla cui risoluzione dipende la vita stessa di molte aziende. “E´ un terreno – sostiene Angelo Vergani, amministratore unico di Contract Manager, societa´ milanese di temporary management impegnata anche a individuare e valorizzare le capacita´ manageriali dei figli di imprenditori – dove non vi sono regole codificate. Di solito sono due gli scogli principali: genitori accentratori o figli incapaci”. Per il genitore l´azienda e´ il figlio piu´ importante, l´ha vista crescere, vi ha dedicato le migliori energie, E´ dura separarsene, ammettere che sia giunto il momento di passare il testimone; ma forse e´ ancora piu´ difficile prenderne le redini dopo che sono state saldamente nelle mani del padre. “Il fondatore e´ l´anima dell´azienda – dice Gioacchino Attanzio,. segretario generale dell´ Aidaf -, ha il vantaggio di conoscerne ogni segreto e la sua forza sta nella dedizione continua. Piu´ difficile e´ essere figli di imprenditori, perche´ si puo´ ereditare l´azienda non la leadership che va conquistata sul campo”. Esiste poi la delicata questione della convivenza. Capita che in azienda lavorino tre generazioni e spesso piu´ componenti della famiglia (padri, figli, nipoti, cugini, zii). Invidie e gelosie possono diventare una minaccia perche´ in gioco ci sono interessi economici nonche´ il prestigio di ricoprire incarichi di primo piano. “L´azienda – ammonisce Attanzio – deve battersi con il mercato, guai se scoppiano guerre intestine. Per evitarle, bisogna stabilire con equilibrio patti chiari, ognuno deve avere suolo e autonomia”. Secondo alcune statistiche soltanto il 30% delle aziende familiari superno la seconda generazione, soltanto il 15% va al di la´ della terza; di queste, 10 non crescono e appena 5 si sviluppano. Ma allora, vi sono piu´ figli d´imprenditori o figli di papa´? “Forse all´inizio – sostiene Attanzio – visto che le possibilita´ economiche non mancano, si preferisce fare i figli di papa´. Ma primo o poi arriva il momento in cui si devono assumere le responsabilita´”. “Per dare continuita´ alle imprese di famiglia – sottolinea Vergani – il passaggio generazionale deve essere preparato con un´azione di avvicinamento gia´ da quando i figli hanno 8-12 anni. Terminati gli studi e´ bene che i futuri imprenditori facciano esperienza lavorando per qualche anno fuori dalla propria azienda. Infine bisogna sperare che vi siano le necessarie attitudini perche´ manager si diventa ma imprenditori si nasce”. Anche per il mondo imprenditoriale sembra valere l´opinione espressa da un pescivendolo di New York a un cronista: “I figli sono come i biglietti della lotteria: uno li compra, poi non si sa come va a finire”. Anche in Italia vi sono aziende giunte addirittura alla settima generazione; fanno parte di “Les Henokiens”, associazione internazionale delle imprese di famiglia con almeno due secoli di vita. Quale il segreto di questa longevita´? “Gli ingredienti – dice Pina Amarelli, presidente di questo club esclusivo, formato appena da appena una trentina di aziende – sono molteplici: la forte convinzione nei valori dell´azienda e della famiglia, la capacita´ di adeguarsi ai tempi che cambiano e il sapere resistere all´insidia della monetizzazione”.

Felice Fava