BISOGNA AFFRONTARE IL NEMICO SUL SUO TERRENO

Il Sole 24 Ore, Angelo Mincuzzi, 20 settembre 2003

“La Cina? Non ci sono alternative: il toro va preso per le corna”. Salvatore Accame ama definirsi un “mediatore”, come quelli d´altri tempi. Una laurea alla London School of Economics e 18 anni vissuti in Asia ne hanno fatto un attento conoscitore del Paese. Negli anni 70 è stato il responsabile del Gruppo Iri in Estremo Oriente, Poi è volato in Giappone, direttore della Bnl di Tokio, e da alcuni anni fa la spola tra l´Italia e la Cina come partner della Contract Manager, società di manager a tempo. “Le soluzioni tampone -ammette – non servono. Occorrono ricette coraggiose e strutturali”.
Le maggiori difficoltà, oggi, sono delle piccole e medie imprese: quali strategie possono adottare?
Una cosa è certa: non esistono soluzioni di piccolo cabotaggio. Non si può far finta di niente, bisogna combattere il nemico ad armi pari, sul suo territorio.
Sta dicendo che anche le Pmi devono arrendersi all´evidenza e delocalizzare in Cina?
Alzare la qualità dei prodotti e migliorarli dal punto di vista tecnologico va sicuramente fatto, ma sono tutte soluzioni a medio-lungo termine. E d´altro canto non si può competere sul fronte dei prezzi: come si fa ad abbassare i costi di produzione in Italia? Bisogna invece seguire l´esempio delle medio-grandi aziende come Benetton, che fa produrre i capi di abbigliamento disegnati in Italia a terzisti cinesi, che poi li rivendono ai punti vendita in franchising aperti nel Paese.
Soluzioni costose per una piccola impresa…
Certo, ma non si può pensare di ottenere tutto senza fare investimenti. Le piccole imprese possono consorziarsi e dividere le spese, affidarsi a un mediatore che trovi un agente in Cina o aprire insieme un ufficio di rappresentanza.
Dunque questa è la soluzione…
O si agisce in questo modo o si è destinati a soccombere. Guardi cosa è successo al settore della componentistica per biciclette. Una per una le aziende italiane sono state messe in difficoltà. Pedali, selle, manubri sono prodotti in Cina e distribuiti in Europa da società commerciali. Le imprese italiane si trovano così a fronteggiare la concorrenza di altre società italiane che distribuiscono prodotti made in China, venduti a prezzi inferiori.
La battaglia è persa, allora?
No. Ma occorre capire che si tratta di una rivoluzione epocale e che le imprese, se vogliono sopravvivere, devono cambiare profondamente. Occorrono risposte strutturali da parte delle aziende ma c´è anche bisogno dell´aiuto dei Governi e dell´Unione Europea.
Sembra che l´emergenza sia esplosa soltanto adesso. Ma non si tratta di un fenomeno nuovo…
Assolutamente no. Era già accaduto a partire dagli anni 60 con il Giappone. Poi negli anni 70 e 80 con Taiwan, la Corea del Sud e Singapore. Tutte le multinazionali trasferivano uffici e stabilimenti in quei Paesi.
Dunque non c´è niente di nuovo rispetto al passato?
C´è il fatto che la Cina è un Paese enorme, dove solo una piccola parte della popolazione vive nelle città. Ma non è solo un problema italiano. A Taiwan il 35% della produzione industriale è stato trasferito in Cina. A gennaio ho visitato gli ufficio delle industrie di componentistica per moto. Vuoti. tutto è stato spostato in Cina. E oggi i taiwanesi stanno facendo scouting in altre aree del mondo per capire dove dovranno trasferire la produzione quando tra 10-15 anni la Cina non sarà più così conveniente.

Angelo Mincuzzi